L’Iran, finalmente!
Arrivati di buon mattino alla frontiera, Martina si affretta a mettere il velo mentre due doganieri ci bloccano guardandoci con un misto di curiosità e sospetto. L’iniziale diffidenza è però superata da ampi sorrisi, e all’ultimo controllo passaporti ci augurano il benvenuto nella Repubblica Islamica dell’Iran.
Attraversiamo quindi le strette gole in direzione di Tabriz, città che con il suo antico bazar è stata per secoli al centro di intensi scambi commerciali. La vivacità, le spezie, gli ori e i tappeti caratterizzano ancora le sue innumerevoli vie dichiarate nel 2010 Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco. Siamo a luglio e il caldo incessante ci incalza sin dalla prima ore del mattino.
Passata Teheran ci dirigiamo verso Kashan. Al centro della città si erge l’importante sito di Tepe Sialk, scavato già negli anni Trenta del Novecento. Occupato sin dal VII-VI millennio a.C., nei millenni successivi divenne uno dei primi e più importanti centri di produzione metallurgica nella regione, e possiede una delle più antiche ziqqurat dell’Iran. Nel III e II millennio a.C., faceva parte di un commercio interregionale, testimoniato dal ritrovamento di sigilli a cilindro e di tavolette in scrittura proto-elamica. Nella parte bassa del sito sono ancora ben visibili i mattoni crudi che componevano la ziqqurat mentre la parte alta, a causa degli agenti atmosferici, è poco conservata.
Un signore che abita lì vicino ci confida che i visitatori di Tepe Sialk sono pochi. Situata lungo la rotta tra Teheran e Isfahan, Kashan è spesso meta di una turismo mordi e fuggi e la maggior parte dei passanti predilige un giro tra i negozi del bazar. Peccato perché, nonostante la manutenzione accettabile del sito, la bassissima fruizione ne pregiudica il futuro mantenimento. La sua è comunque una sorte migliore dei bellissimi caravanserragli incontrarti lungo la via tra Isfahan e Yazd: alcuni sono divenuti persino magazzini dove bruciare copertoni vecchi.
Desertico sud
Ci troviamo ora in pieno deserto, l’orizzonte si fa rovente, il vento alza forti raffiche di sabbia che rendono la guida difficile; a tratti sbandiamo e dobbiamo fermarci spesso per far raffreddare il motore e bere acqua.
Prima di entrare a Yazd, ci fermiamo a visitare gli antichi sistemi sotterranei di irrigazione chiamati qanat. Sono lunghissimi tunnel scavati nella roccia che portavano acqua dalle montagne fino a valle, evitandone l’evaporazione. La loro prima costruzione è argomento ancora dibattuto nella comunità scientifica: sicuramente esistevano già ai tempi dell’antico impero persiano e alcuni sono stati utilizzati fino a pochissimi anni fa. La pianura a nord-ovest di Yazd è disseminata di piccoli tumuli che segnano le aperture verso questi tunnel sotterranei. Purtroppo però, nonostante siano dal 2016 nella lista del Patrimonio dell’umanità Unesco, molti di essi versano in condizioni disastrose, usati anch’essi come aree di scarico.
Superata quindi Yazd con le sue caratteristiche case in mattoni crudi, i fuochi zoroastriani e le Torri del silenzio, ci dirigiamo verso la piana di Pasargade. Dormiamo una notte a casa di un ragazzo nel villaggio che sta accanto al sito. La tomba di Ciro, imponente alla fine di un lungo viale, è la nostra prima tappa mattutina. Lo stesso Alessandro Magno, giunto a Persepoli, probabilmente volle visitarla.
Terminata la visita della città antica, il ragazzo che ci ha ospitato vuole farci vedere altro. Ci porta verso le montagne lungo una vecchia strada scavata nella roccia che collegava Pasargade a Persepoli. Ci dice che tutt’intorno è pieno di siti non visitabili e ci rivela che molti del suo villaggio, e dei villaggi limitrofi, lavorano con squadre di tombaroli che setacciano le montagne arrivando spesso molto prima degli archeologi.
Ci tiene a precisare che lui è diverso: lui vorrebbe che tutto questo patrimonio fosse rivalutato, conservato e fonte di guadagno per le comunità locali. Tuttavia, come molti giovani iraniani con cui abbiamo parlato, è fortemente scoraggiato dall’attuale situazione economica. Le nuove sanzioni imposte da Trump hanno affossato ancora di più un sistema che con Obama sembrava potersi risollevare, e ciò continua ad avere forti ripercussioni anche sulla manutenzione del patrimonio iraniano.
Dopo l’ultimo tè in compagnia della madre del ragazzo, spingiamo l’acceleratore della Vespa per raggiungere finalmente la nostra meta finale. Oltrepassata una collina vediamo sulla nostra sinistra le maestose colonne di Persepoli. La scorgiamo da lontano, ci fermiamo e l’ammiriamo per un po’. Abbiamo percorso quasi 5000 chilometri per raggiungerla e impiegato quasi un mese. È il vero simbolo di un patrimonio tanto inestimabile quanto fragile, messo in pericolo dalla stupidità umana. Restiamo senza fiato nel giare tra le colonne dell’Apadana, ammirare i Lamassu ancora perfettamente conservati e gli straordinari i bassorilievi.
Iran in Vespa: il nostro omaggio
Durante il lungo viaggio che ci ha condotti fino al sud dell’antica Persia abbiamo cercato di portare il nostro omaggio a queste straordinarie regioni vessate da anni da guerre e conflitti. Abbiamo cercato di contribuire a una ri-scoperta e una maggiore coscienza dell’importanza storico-culturale di questi territori. Il legame profondo che ci lega da sempre all’altra sponda del Mediterraneo deve fornirci la misura dell’immenso patrimonio che può andare perduto.
Dopo Persepoli abbiamo fatto tappa a Shiraz, città natale di straordinari poeti persiani e dalle coloratissime moschee. Abbiamo quindi rivolto le ruote della nostra Vespa verso nord per tornare in l’Italia passando per Caucaso e Balcani. Ma questa è un’altra storia.
La prima parte di Iran in Vespa la potete leggere qui.
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